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La denatalità, per l’Italia, è una realtà. Lo è da anni e la pandemia non ha fatto che rendere il fenomeno più marcato e più evidente.

Il nostro Paese, insieme alla Spagna, non ha ancora recuperato il calo della natalità del 2020. “Il crollo delle nascite si è protratto nei primi sette mesi del 2021 per poi rallentare verso la fine dell’anno. Secondo i dati provvisori per il primo trimestre 2022, a marzo il calo raggiunge il suo massimo (-11,9% rispetto allo stesso mese del 2021)”, ha denunciato l’Istat nel suo ultimo rapporto, presentato ad inizio luglio.

A questa grave questione, che mette in discussione la sostenibilità del nostro sistema di protezione sociale, Percorsi di secondo welfare ha dedicato una serie di articoli negli ultimi mesi: abbiamo analizzato le conseguenze interne del fenomeno, abbiamo studiato cosa hanno fatto altri grandi Paesi europei, abbiamo chiesto alle istituzione UE quanto sia importante la questione e abbiamo approfondito come si stia muovendo lo Stato italiano. Ora, grazie a un lavoro collettivo di riflessione da parte del nostro Laboratorio, proviamo a capire quale contributo può dare il secondo welfare nell’affrontare questo problema.

Denatalitalia

Questo articolo è parte della serie con cui Secondo Welfare – analizzando numeri, modelli e politiche – vuole capire se e come si può affrontare il calo demografico italiano.

Un momento di cambiamento

Il punto di partenza di questa riflessione è il contesto pubblico. Il primo welfare, in materia di politiche per la famiglia e la natalità, in Italia sta cambiando.

Lo scorso aprile, è stato approvato in via definitiva il cosiddetto Family Act, la legge delega per il sostegno e la valorizzazione della famiglia, da concretizzare nei prossimi due anni. Inoltre, a marzo, era già entrata in vigore la riforma dell’Assegno unico universale, che fa sempre parte del Family Act, ma è stata scorporata e anticipata.

Secondo molti esperti che abbiamo interpellato, potremmo essere in un momento di potenziale svolta o quantomeno all’inizio di un percorso che potrebbe cambiare le cose.Se gli esiti saranno positivi o negativi è ancora tutto da capire. Quel che è certo è che il trend italiano di natalità negativa è talmente marcato e complesso che, per invertirlo, non basta un singolo provvedimento, ma serve un puzzle di azioni diverse e coerenti.

Il primo welfare, quindi, ha un ruolo fondamentale e insostituibile, ma anche il secondo welfare può fornire dei pezzi importanti. Quali, nello specifico?

Welfare aziendale

“Il welfare aziendale, per esempio, è esplicitamente citato nel Family act” spiega Valentino Santoni, ricercatore di Secondo welfare che si occupa proprio di questo tema, nel corso del nostro confronto interno.

Il testo del provvedimento approvato dal Parlamento delinea gli strumenti da introdurre o rafforzare e, tra questi, ci sono anche benefici fiscali per la contrattazione aziendale che prevede misure di welfare per i figli dei dipendenti (educazione, formazione, salute), sgravi per le imprese che introducono modalità di lavoro flessibile e il rifinanziamento del Fondo per incentivare la contrattazione di secondo livello, destinata alla promozione della conciliazione tra vita professionale e vita privata. Ora spetterà al Governo emanare i decreti attuativi e andare nel dettaglio delle misure.

L’obiettivo è migliorare l’equilibrio tra vita e lavoro, soprattutto per le donne che svolgono ancora una quota maggioritaria dei compiti familiari e di cura. Per farlo ogni leva è utile, compresa quella del welfare aziendale che, però, è ancora diffuso in maniera diseguale e frammentata. Inoltre, a differenza dei congedi familiari e parentali, il welfare aziendale riesce a fornire una risposta alle persone senza tenerle lontano dal luogo di lavoro ma favorendo l’accesso ai servizi. Per questo, i progetti finanziati da fondi pubblici possono aiutare”, aggiunge Santoni.

A titolo d’esempio, dopo l’esperienza controversa del bando “Conciliamo”, ora il Dipartimento per le politiche per la famiglia ha pubblicato il bando #Riparto. L’intervento, che prevede uno stanziamento di 50 milioni di euro, è finalizzato a promuovere percorsi di welfare avviati dalle imprese e destinati, in particolare, alle madri-lavoratrici. “L’iniziativa ha il fine di sostenere il ritorno al lavoro delle lavoratrici madri dopo l’esperienza del parto”, si legge sul sito del Dipartimento. Dunque un intervento che mira a favorire il rientro delle donne nel mercato del lavoro aiutandole a tenere insieme la dimensione privata e quella familiare.

Servizi educativi e di conciliazione

Le politiche di conciliazione sono infatti un tassello fondamentale del puzzle pro natalità. Ma, spiega Chiara Agostini, “è fondamentale declinarle in servizi educativi di qualità”.

Agostini, che per Secondo Welfare si occupa proprio di questi temi, fa un esempio: “l’asilo nido non deve essere considerato un parcheggio dove lasciare i bambini quando i genitori lavorano, ma un servizio educativo a tutti gli effetti”. Se questo avviene, si prendono due piccioni con una fava: “si facilita la vita ai genitori e si offrono opportunità ai bambini, un aspetto cruciale dopo che la pandemia ha ulteriormente aumentato la povertà educativa”, sottolinea Agostini.

Il ragionamento non vale solo per i servizi per la prima infanzia, sui quali il nostro Paese è storicamente carente e per i quali si stanno faticosamente cercando di spendere i fondi stanziati dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Riguarda anche tutti i servizi integrativi all’orario scolastico, come dopo scuola, centri estivi e le“scuole aperte”. “Con questo termine, si intendono tutte le iniziative che nascono dall’interazione tra la scuola e il territorio e che consentono di utilizzare gli edifici scolastici per realizzare attività come ad esempio lo sport al di fuori dell’orario delle lezioni o durante il periodo estivo”, spiega la ricercatrice.

L’idea, già realtà in diversi istituti, è creare un sistema integrato per cui gli alunni passino dalle lezioni scolastiche alle attività extrascolastiche senza bisogno che qualcuno li vada a prendere, garantendo anche in questo caso sia la conciliazione ai genitori sia il valore educativo o ricreativo ai minori. “Sembrano piccole cose ma” conclude Agostini “questi servizi, che spesso sono proposti da realtà del secondo welfare, contribuiscono a creare un clima favorevole per le famiglie con figli e aiutano a contrastare la povertà educativa”. Un clima che può essere definito anche da altri elementi.

Case e città

“Ci sono tanti modi per rendere le città più alla portata delle famiglie con figli”, ragiona Chiara Lodi Rizzini, che in Secondo welfare si occupa anche di housing sociale. “Si va dai parchi alle aree pedonali, dai baby corner fino ai trasporti pubblici accessibili”. Per non parlare,appunto, della questione abitativa.

“Fornire case a prezzi accessibili per le giovani famiglie può incentivare la scelta di avere figli”, spiega Lodi Rizzini. Secondo la ricercatrice, “servirebbero inoltre investimenti per il social housing e per incrementare la disponibilità di alloggi a prezzi calmierati”. Inoltre, servono “limiti all’affitto breve turistico, che può rendere più difficile trovare casa agli abitanti di certi quartieri e privare quegli stessi quartieri di determinati servizi”.

Come dimostrano le esperienze di molti altri Paesi europei, tra cui la Germania, i servizi sono un aspetto cruciale per la questione natalità. E sono anche un ambito di ricerca centrale per Secondo welfare, soprattutto nella logica del platform welfare.

“La piattaforma può essere uno spazio virtuale o fisico che può essere messo a disposizione anche dal soggetto pubblico”,  spiega Lodi Rizzini. “Serve ad aggregare bisogni e desideri simili, per attivare forme di welfare collaborativo: con l’aiuto reciproco, i cittadini soddisfano bisogni comuni, creando reti e comunità”. Un processo innovativo, che ben si adatta ai servizi per le famiglie e per i minori, i quali in Italia sono molto meno sviluppati rispetto ad altri stati Ue.

Reti e fiducia

“Nel nostro Paese, la coerenza tra bisogni sociali e servizi di welfare è carente, continua il discorso Valeria De Tommaso, ricercatrice junior di Secondo welfare. “Leggere i bisogni sociali e disegnare servizi in grado di rispondere e adattarsi pienamente ai cambiamenti è una delle direttrici del platform welfare e un vettore per l’innovazione del welfare locale. Si tratta di realizzare il passaggio da un welfare “on demand” ad un welfare di iniziativa, capace di favorire lo sviluppo di soluzioni che guardino anche al di fuori del perimetro pubblico e che siano scalabili”, aggiunge De Tommaso.

Alla base del welfare di piattaforma, interviene la direttrice di Secondo Welfare Franca Maino, “c’è il paradigma della fiducia interpersonale. Ed è proprio questa fiducia che può colmare l’incertezza e il timore che spesso frenano i giovani nel diventare autonomi, formare una famiglia e avere dei figli”.

Dalle ricerche e dai progetti che Secondo welfare sta portando avanti sul tema, emerge chiaramente che, già oggi, in Italia, vi sono territori e comunità in cui, dal basso, si sperimentano soluzioni innovative, in termini sia di processi sia di servizi.

Per la natalità e le famiglie, la sfida è “integrare il livello locale di questi esempi positivi con il livello nazionale”, spiega la direttrice. “Il Family act” conclude Maino “sta finalmente creando una cornice nazionale. Sui territori, bisognerà tenerne conto, evitando duplicazioni, stanziando risorse dedicate e inserendo nuove figure professionali. Solo così possiamo pensare di vincere questa sfida”.

Guardando al futuro

Per capire se e come il secondo welfare potrà svolgere un ruolo importante nel contrasto alla denatalità in Italia, nei prossimi mesi il Laboratorio continuerà le riflessioni su questo fronte. Dopo questa prima “stagione” vogliamo infatti andare ad approfondire i vari ambiti in cui gli attori privati, profit e non profit, in accordo con il Pubblico, capendo quale contributo potranno dare ad invertire un trend che, ad oggi, mette a repentaglio la tenuta del nostro sistema di welfare e, in generale, il futuro della società italiana.